Il mal di schiena un problema comune

Un articolo a cura del Dott. Bonaudi Giuseppe, esponente di spicco della terapia del dolore sul mal di schiena e tecniche e trattamenti mini-invasivi.

ll mal di schiena colpisce il 70% della popolazione occidentale. L’aspetto rassicurante è che nella maggior parte dei casi si tratta di problemi estremamente banali e non allarmanti, evitabili con pochi accorgimenti e risolvibili con terapie non invasive.

Per queste motivazioni, il dottor Giuseppe Bonaldi, neuroradiologo interventista, direttore della Neuroradiologia e del Dipartimento di Diagnostica per immagini degli Ospedali Riuniti di Bergamo, specialista nella cura dell’ernia al disco e delle malattie della colonna vertebrale con esperienza trentennale e tremila pazienti in cura l’anno, ci invita a: “evitare comportamenti viziati, come quelli che si verificano in attività sportive che prevedano un sovraccarico ripetuto della colonna e in attività lavorative che richiedono delle posizioni obbligate e prolungate con conseguente sollecitazione di certe aree della colonna rispetto ad altre. Ad esempio possono essere dannosi sport che comportano impatti continui sulla colonna vertebrale come la pallavolo, la pallacanestro, l’equitazione, e lavori che richiedono di stare a lungo seduti (es. tassisti e conducenti di bus e camion, cassiere ecc.) o di flettersi spesso in avanti (es. parrucchieri, dentisti, infermiere, ecc…), magari anche sollevando dei pesi.

Per compensare questi comportamenti viziati sono soprattutto utili “attività sportive corrette come il nuoto, lo sci, il tennis e la bicicletta” che potenzino la muscolatura in modo armonico a protezione delle vertebre e dei dischi.
Non ci sono dunque casi gravi di per sé e l’ernia del disco nella stragrande maggior parte dei casi “tende a guarire per conto proprio o con l’aiuto di terapie conservative come la ginnastica o la fisioterapia” – conferma Bonaldi.
Tendenzialmente, dichiara il dott. Bonaldi, “i chirurghi stanno diventando più prudenti, e nella maggior parte dei casi per curare le persone serve soprattutto tranquillizzarle. Se l’ernia al disco resta sintomatica oltre quattro-sei settimane, allora si possono ipotizzare degli interventi e nella maggior parte dei casi oggi sono disponibili interventi mini invasivi per mezzo dei quali è possibile asportare l’ernia senza bisogno di arrivare ad una chirurgia tradizionale a cielo aperto, più pesante per il paziente sia in termini di recupero post-operatorio, sia per i possibili esiti sulla colonna vertebrale o sulle strutture nervose”. Queste tecniche mini-invasive impiegano approcci endoscopici o guidati dalla TAC e dalla radioscopia, e usano per asportare l’ernia diversi tipi di energie (laser, radiofrequenze, gel alcolico ecc.). La loro efficacia è ormai ampiamente dimostrata, spesso superiore a quella della chirurgia tradizionale aperta. Il dott. Bonaldi esegue circa 500 di tali interventi all’anno, ed è pionere delle tecniche mini-invasive vertebrali da più di 25 anni.

Oltre all’ernia del disco esistono altre alterazioni ossee degenerative, come l’artrosi o l’osteoporosi, che possono non migliorare con la terapia conservativa (es. igiene di vita corretta, fisioterapia ecc.) e che quindi possono richiedere un intervento chirurgico. Anche in questi casi sono disponibili pratiche interventistiche mini-invasive. Nel caso ad esempio di fratture vertebrali, più spesso dovute a fragilità ossea per osteoporosi, ma anche a tumori o traumi, “si utilizzano le tecniche di cifoplastica e vertebroplastica, che consistono nell’iniezione nella vertebra fratturata di cemento acrilico” spiega Bonaldi “con una tecnica poco aggressiva, mediante aghi introdotti sotto guida radiologica. L’intervento può essere eseguito anche su pazienti fragili, sia per età, sia per malattie intercorrenti I risultati sul dolore sono spesso immediati e completi”.
L’evoluzione di queste tecniche è ancora in corso. Nell’ultimo decennio si stanno sviluppando, infatti, tecniche di stabilizzazione dinamica della colonna vertebrale, necessarie quando malattie degenerative come l’artrosi determinano un’instabilità con conseguenti movimenti anomali che portano al dolore. La chirurgia classica prevede, per eliminare il dolore, di bloccare le vertebre tra di loro eliminando il movimento (fusione), ma ciò comporta un sovraccarico delle altre vertebre con conseguenti rischi futuri. Al contrario le tecniche dinamiche mini invasive consentono di riequilibrare i movimenti delle vertebre malate, consentendone ancora il movimento, ma che diviene più armonico, meglio distribuito, con conseguente scarico funzionale delle parti dolenti. A tal fine già oggi si adottano, ad esempio, diversi tipi di spessori elastici tra le vertebre.